Ai Monti di Sant’Abbondio e di Caviano: ai tetti di paglia

Rivista 156 – Luglio/Agosto 2017

Gambarogno

Ai Monti di Sant’Abbondio e di Caviano: ai tetti di paglia

Di Ely Riva e Luca Bettosini

 

Per chi desidera farsi un’idea di come erano questi tetti di paglia e se la sente, può camminare fino ai Monti di Caviano, dove sono state rifatte le intelaiature di due tetti in legno con relativa copertura con paglia di segale coltivata sul posto

 

 

Il nuovo Comune del Gambarogno, nato nel 2010, comprende Contone ai piedi del Monte Ceneri, Magadino con le famose Bolle, Vira, Indemini in Valle Veddasca, Piazzogna, San Nazaro, Gerra, Sant’Abbondio e Caviano. La nostra passeggiata si svolge tra la chiesa parrocchiale dei Santi Abbondio e Andrea e i Monti di Sant’Abbondio, con ritorno, per chi se la sente, dai Monti di Caviano, soprattutto noti un tempo per il meraviglioso pianoro esposto al sole chiamato Centocampi, da dove oggi si gode un bel panorama verso il Lago Maggiore.

Il grazioso villaggio di Sant’Abbondio è dominato dall’imponente chiesa parrocchiale dove esiste una Madonna in legno, con braccia di stoffa e cartapesta relativamente mobili, per poter essere vestita nelle grandi solennità con manti di seta lavorata. Si tratta in pratica di una Madonna in sottoveste, molto rara. Secondo Virgilio Gilardoni potrebbe essere la Madonna del Carmelo citata nella prima visita di Mons. Carlo Ciceri il 7 giugno 1683: “… statua albo damasceno vestita in parvula nicia tecta…”

E nella relazione del 30 luglio 1769 Mons. G. B. Muggiasca racconta che tra i beni mobili della Cappella e Confraternita del Carmelo ci sono anche “un abito d’ormesino per Maria Vergine e un altro pel Bambino, con un manto fiorato, due corone d’argento per Maria Vergine e pel Bambino, due anelli d’oro…”

Un antico mulino, i resti di una grà, lavatoi, una pesta… e tanti altri piccoli dettagli dimostrano l’origine rurale del villaggio. Dalla piazzetta di Sant’Abbondio parte una ripidissima mulattiera selciata che in alcuni tratti sembra verticale e s’inerpica tra castagni secolari verso i Monti di Sant’Abbondio. Chi ci sale per la prima volta non può fare a meno di chiedersi a che cosa serviva una mulattiera così ripida, visto che un tempo le mucche passavano dappertutto e non necessitavano di una mulattiera così ben fatta. Ebbene, era stata costruita per la discesa e non per la salita, infatti serviva come scivolo per trasportare al villaggio legna, tronchi, fieno e segale avvolti in frasche che i contadini trascinavano con corde come se fossero delle slitte.

Alla mulattiera realizzata nel XVII secolo è stata affiancata una Via Crucis nel XIX secolo.

Dopo i vandalismi del secolo scorso, nel 2002 Edgardo Ratti e altri artisti hanno restaurato le cappelle con rilievi su cemento. Le moderne, significative e interessanti opere d’arte della Via Crucis fanno da contrasto e nel medesimo tempo valorizzano l’antica ripida mulattiera selciata, classificata di importanza regionale secondo l’inventario delle Vie Storiche.

Le cascine dei Monti di Sant’Abbondio, dove termina la mulattiera, fino alla seconda guerra mondiale erano protette con tetti di paglia.

Per chi desidera farsi un’idea di come erano questi tetti di paglia e se la sente, può camminare fino ai Monti di Caviano, dove sono state rifatte le intelaiature di due tetti in legno con relativa copertura con paglia di segale coltivata sul posto.

Narra una leggenda che sui Monti di Caviano, un tempo circondati da una fitta boscaglia, viveva il sacrestano, uomo pio e devoto, che voleva rendere coltivabile quel ripido bosco così ben esposto al sole. “Darei la mia anima al diavolo, per…” E immediatamente gli apparve il diavolo che gli promise di trasformare, in una sola notte, il bosco in cento campi pronti per la coltivazione… in cambio della sua anima!

E senza attendere la risposta, al suono dell’Ave Maria della sera il diavolo si mise al lavoro. I campi apparivano uno dopo l’altro e il sacrestano cominciava a preoccuparsi della sua anima. Prima che il diavolo terminasse il lavoro il sacrestano suonò l’Ave Maria del mattino, rendendo nulla la promessa fatta a diavolo!

Ancora oggi i Centocampi sono coltivati a segale.

Le due stalle restaurate sui Monti di Caviano rimangono a testimoniare un’usanza molto diffusa nei secoli passati in diverse regioni del Ticino. Fino alla metà del secolo passato c’erano ancora diverse stalle con la copertura di paglia. Ora anche i tetti di paglia di segale sono scomparsi ma c’è chi ricorda tuttora come venivano costruiti. Innanzitutto per ottenere la paglia adatta per la copertura dei tetti, la segale doveva essere coltivata su terreni poveri, silicei, così che potesse crescere con steli lunghissimi e robusti. Fatta seccare, la segale deve essere battuta a mano per togliere ogni chicco di grano che attirerebbero i roditori, soprattutto i topi…

Si tratta di un’operazione delicata in quanto gli steli non devono rompersi o fessurarsi. La paglia diventa così quasi imputrescibile e può durare sui tetti, anche 30-40 anni.

Poi la paglia secca deve passare qualche ora in acqua corrente per riprendere elasticità.

La tecnica di costruzione è piuttosto semplice e un tempo era nota a tutti! Quella sul colmo deve essere composta in modo particolare: viene unita a mazzetti nella parte fine in modo da formare lunghissimi mazzi che verranno poi leggermente attorcigliati e piegati in due in modo da formare una specie di tegola arrotondata. Il resto del tetto è formato da mazzi di paglia inseriti uno sotto l’altro a lisca di pesce e legati a piccole travi orizzontali. La grande pendenza della maggior parte dei tetti di allora favoriva lo scorrimento dell’acqua. Ogni anno il tetto richiedeva un controllo e una riparazione là dove le intemperie avevano aperto varchi.

La copertura di paglia offre un isolamento ideale, fresco in estate e caldo in inverno.

Negli Statuti ticinesi, tra i più antichi che si conoscano, ci sono articoli che vietano rigorosamente il lavoro notturno, poiché bastava un attimo di sonno per perdere il controllo del lume a olio e bastava un nonnulla per dar fuoco ad un tetto di paglia, a tutta la casa e a alle abitazioni vicine.

L’articolo XXXVII degli Ordini del comune di Caviano et Scaiano rimodernati l’anno 1729 ordinava “che niuna persona d’essi vicini ardisca di portar fuoco per le terre di Caviano et Scaiano, siccome alli monti, in modo di poterne spandere, ò sia volar via; cioè con tizzoni, ò paiaroli sotto la pena di…”

Un altro interessante articolo del 1742 ordinava “che in avenire niuna persona possa appoggiare gerli di carbone alle cassine alla montagna per scansare il pericolo del foco, ma debbano posare li gerli carichi di carbone spazza 50 lontano da dette cassine…”

Nelle valli del Ticino, dove ogni pezzetto di terra fertile era coltivato soprattutto a segale, l’usanza dei tetti di paglia si è conservata fin oltre il XV secolo nel Gambarogno e nella Capriasca. Nelle valli più alte dove la segale era di difficile coltivazione la paglia era utilizzata quasi esclusivamente come strame per le bestie. Anzi, spesso la segale veniva coltivata non per confezionare pagnotte ma per mescolare con la polpa delle zucche così da ottenere un cibo più ricco per le mucche da latte! Con la paglia di segale non si coprivano soli i tetti ma si confezionavano anche mantelli. Hans Rudolf Schinz che ha visitato le nostre valli e ampiamente osservato le nostre abitudini nel 1770, racconta che gli uomini della Verzasca “quando piove portano un corto e stretto mantello di segale che, in alto attorno al collo, è intrecciata a formare un orlo, in modo da pendere giù lungo il corpo, facendo scolare l’acqua”. Inoltre nel battistero paleocristiano di Riva San Vitale c’è parte di un affresco di un maestro lombardo del XII secolo dove è rappresentato “un pastore lombardo che si direbbe vestito col mantello di paglia che da tempi immemorabili proteggeva i pastori dalla pioggia” (Virgilio Gilardoni in Vita e costumi popolari). Dai monti di Caviano il sentiero, un tempo mulattiera conduce fino a Caviano, attraverso un bosco ricco di vecchi castagni.

 

Itinerario

Da San’Abbondio

Per salire dal villaggio San’Abbondio ai Monti lungo la ripidissima mulattiera si deve considerare un’oretta di cammino. Si sale dapprima all’Oratorio del Lauro (510 m) e si continua per i Monti di Sant’Abbondio. Per raggiungere i Monti di Caviano (Centocampi) dove ci sono ancora le due cascine con tetti di paglia, dai Monti di Sant’Abbondio si sale verso sud est, si attraversa la Valle di Sant’Abbondio e si scende ai Monti di Caviano.

Da Scaiano

L’itinerario parte dal comodo parcheggio di Scaiano (331 m), caratteristico paesino a monte di Caviano (274 m) del quale se ne consiglia una visita per le sue vie strette, chiuse da caratteristiche case di pietra e dagli affascinanti scorci sul Lago Maggiore. Dalla via principale, che taglia in due il paese, si prende il sentiero segnalato che sale tra le case dell’abitato e che, dopo breve, si trasforma in un ripido acciottolato che sale tra orti e giardini fino ad incrociare una strada carrozzabile chiusa al traffico. Ignorando la strada sterrata, si continua prendendo le scale sulla destra che portano ad un nuovo tratto acciottolato che prima raggiunge un ripetitore (450 m) e quindi, costeggiando la profonda Valle di Dirinella, incrocia la strada sterrata di prima. Pochi metri oltre si prende il sentiero sulla destra, indicato da alcune frecce, che sempre su acciottolato ripido sale il versante montuoso incrociando il sentiero che sale da Caviano. Qui si prosegue verso destra su sentiero piú comodo e largo, ma sempre ripido fino il cancello di ingresso ai Monti di Caviano (695 m) o Centocampi (circa 1 ora dalla partenza). L’abitato è formato da case di pietra, molte delle quali recentemente restaurate. Oggi i Monti di Caviano sono abitati tutto l’anno dalla famiglia Keller che pratica l’allevamento di mucche grigie (rare in Svizzera), capre e pecore e che si occupa del recupero ambientale della zona.

 

Scheda tecnica

Meta: Monti di Sant’Abbondio e Monti di Caviano

Cartina 1:25.000: Brissago 1332 – Quadraconcept Bellinzona Gambarogno

Partenza: Sant’Abbondio (331 m)

Arrivo: Monti di Sant’Abbondio (820 m) e Monti di Caviano (695 m)

Dislivello salita: 500 m fino ai Monti di Sant’Abbondio (600 m se si continua fino ai Monti di Caviano.

Dislivello discesa: 500 m

Tempo salita: un’ora e trenta

Tempo discesa: un’ora e trenta se si passa dai Monti di Caviano

Difficoltà: T2 (Piccoli tratti T3)

 

Rane e lumache

Negli antichi statuti ticinesi ci sono diversi articoli riguardanti le lumache e le rane in quanto erano un alimento che la natura produceva in abbondanza e quindi destinato a tutta la comunità. L’articolo XII, quindi uno dei primi e principali, degli «Ordini del Comune di Caviano et Scaiano remodernati l’anno 1729» ma risalenti al Medio Evo, così decide: «Anno ordinato, che ritrovando qualche persona a catar lumache, et rane sopra quel d’altri siano condannate…»

Sempre nel Gambarogno l’articolo terzo degli «Ordini della general vicinanaza del Comune et Omini d’Indemini» così recita: «Chi sarà ritrovato a disfar pozzi per prendere rane, o sia a disfare motte, o muri per carcar lumache sia condannato per caduna volta, et caduna persona in un scudo».

Luca Bettosini

Direttore Generale Nato il 25 febbraio del 1964 a Sorengo, da oltre 30 anni compie escursioni e trekking in Ticino. Giornalista Fotoreporter RP Presidente e fondatore dell'Associazione vivere la montagna. Direttore e redattore responsabile della rivista "Vivere la montagna" da lui fondata. Guida escursionistica di montagna. Autore di numerose pubblicazioni sulla montagna ticinese. Intervista: http://dentroalreplay.blogspot.com/2009/05/fotografi-nel-web-84-luca-bettosini.html

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