Il Boccalino

Rivista numero 34 – Giugno 2006

Il Boccalino
Storia e storie del re dei grotti
Di Edy de Bernardis

 

 

Il boccalino, per quasi tutto il novecento, è stato il recipiente da tavola per bevande più diffuso nei grotti e nelle osterie rustiche del Ticino, nel Sottoceneri in modo particolare. Popolare, noto a tutti e sempre presente, in un modo o in un altro, nella nostra vita quotidiana, tanto da diventare il logo privilegiato per molte campagne di promozione turistica. Nonostante i ripetuti tentativi di cancellarlo dai manifesti e dai pieghevoli promozionali, per sostituirlo con richiami legati alla cultura, continua ad essere l’ambasciatore per eccellenza dell’ospitalità ticinese.
Un successo nè casuale nè frutto di chissà quali elaborate indagini di mercato nè, tantomeno, determinato da una scelta imposta dall’alto. Viene dall’“indice di gradimento” che ha riscosso sin dall’inizio tra i nostri ospiti. Con l’apertura della Gottardbahn prende avvio quella che sarà detta “l’industria dei forestieri”. Agli inglesi del “grand tour” ben presto si aggiungeranno intellettuali e ricchi borghesi svizzero tedeschi e germanici, affascinati dai laghi ticinesi, dapprima, e dalle valli periferiche più tardi. Il boccalino si impone, ben presto, come oggetto ricordo: quasi simbolo di una terra ricca di fascino per chi cercava – romanticamente – un mondo incontaminato.
Nell’epoca del Ticino delle banche il boccalino non ha perso nulla del suo fascino forse perché, nell’immaginario collettivo, è rimasto simbolo di un mondo arcaico ideale per prolungate soste nei grotti, per un momento di ristoro tra la visita a una chiesa romanica, alla Verzasca rupestre, alle gole della Valmaggia o un giro in battello sui laghi. “Indice di gradimento” dovuto alla forma elegante e al fatto che, con la forma panciuta, ricorda il carattere pacioso attribuito alle persone tondeggianti. Nonostante quanto affermato dalla canzone popolare di Guido Zanzi che tanto successo ebbe in Ticino grazie al “Trio di Gandria”, non è … “nato nel Ticino”!
La probabile invenzione per qualcuno “spuria”, nulla toglie al fatto che il boccalino si sia profondamente radicato nella nostra tradizione, tanto da diventare ticinese a tutti gli effetti. E non è l’unico caso di elementi nuovi subito assimilati dal folclore locale come se ne facessero parte da sempre. Ad esempio: la “danza di Zorba”, considerata come appartenente al repertorio folcloristico greco, in realtà è stata composta nel 1964 per il film di Cocayannis “Zorba il greco”.
Chiamato “quint” o “quintin” qui da noi, perché il modello destinato agli esercizi pubblici ha la capacità di due decilitri, di forma aggraziata e funzionale, si è imposto in un’area molto vasta con fogge e decorazioni varianti da regione a regione.
Ticino? Boccalino! Può sembrare retorica, ma è innegabile che questo binomio resiste, e senza il minimo cedimento, da molti anni. Negli anni 70, con una forte presa di posizione dell’allora direttore dell’Ente Ticinese per il Turismo Marco Solari, si tentò di bandire il boccalino dalla pubblicità ufficiale. Stessa sorte toccò alle manifestazioni folcloristiche ticinesi come la Festa della Vendemmia, perché si disse che erano state inventate ad uso turistico, quindi “posticce e apocrife”, come le ha definite Michele Fazioli nel libro “Manifesti sul Ticino” (Armando Dadò editore Locarno 1982) da lui curato con Orio Galli.
“Basta con il cliché del boccalino!” Fu sostituito con un nuovo filone promozionale all’insegna del motto “Ticino terra d’artisti”. In quegli anni si è puntato, con enfasi, su “Ticino terra d’artisti”, forse nell’impossibilità di fare capo, con fine promozionale, a una qualche città d’arte nostrana.
Piero Bianconi, umanista e storico d’arte orgoglioso delle proprie radici verzaschesi ma ben aperto a orizzonti più vasti, diede la stura a una colta polemica quando, sulla banconota da 100 franchi, venne deciso di porre l’effige del Borromini, perché ticinese.
Bianconi fece notare che quando il maestro da Bissone faceva, ad esempio, San Ivo della Sapienza a Roma, quel triangolo che si insinua nella Lombardia non godeva ancora di un nome suo proprio, perché i Baliaggi Italiani erano ben lontani dal comporre una unità politica. A battezzarlo “Ticino” sarà Napoleone Bonaparte. Ne consegue che nè i Rodari da Bissone, nè i Caresana o il Tarilli da Comano, o i Silva da Castel San Pietro, che lasceranno opere di alto livello artistico soprattutto in area comasca, potrebbero essere detti ticinesi. Per di più la loro genialità troverà modo di esprimersi non nelle terre che formano l’attuale Ticino, ma altrove. Basti pensare ai Trezzini, ricordati per il contributo che hanno dato nella realizzazione di San Pietroburgo.
Se si pensa al manifesto “Ticino terra d’artisti”, opera di alto livello grafico dovuta ad Orio Galli, si deve far rilevare che se la Casa Rotonda che vi figura è, fuor d’ogni dubbio, di un ticinese, l’immagine del Cristo è di un maestro seregnese, che operò a Miglieglia nella chiesa di Santo Stefano al Colle nel 1511. Poco compreso dagli stessi ticinesi, scarsamente recepito dagli ospiti d’oltre San Gottardo e d’oltre Reno, quel “Ticino terra d’artisti”, messaggio pubblicitario molto colto e per parecchi anni logo promozionale ufficiale, non ha, come si usa dire, “sfondato”.
Il pacioso boccalino, che ha superato il dotto confronto, continua a essere ambasciatore gradito.
Sui manifesti e nei prospetti di viaggio, non ha mai smesso di rappresentarci, con le nostre origini contadine (forse il lato più autentico del Ticino); la bellezza della nostra terra e dei nostri villaggi, e il nostro modo “allegro” di vivere.
Una realtà davanti alla quale si è dovuto arrendere anche “Ticino Turismo” che, durante l’assemblea del luglio 1997 lo ha riabilitato, ammettendo che “c’è nostalgia di boccalino”.
D’altra parte, già nel 1983, Marco Solari, in “Relazione annuale dell’Ente Ticinese per il Turismo (6.12.1983 – pag. 19) affermava che “… il turismo è anche allegria. Abbiamo bruciato le zoccolette sul rogodel turismo culturale ed era giusto farlo. Fermiamoci però ora un attimo nella furia iconoclasta e assolviamo almeno il boccalino quale simbolo di spensieratezza e di gioia di vivere”.
Il boccalino è sempre stato tra di noi. Per le più disparate occasioni (anniversari, feste e manifestazioni sportive, raduni, cene aziendali) oggi ancora lo si regala e lo si offre, personalizzato e datato. A Coira, nella sala da pranzo dell’Albergo “Drei Könige” c’è un grande dipinto a olio su tela, che raffigura i Re Magi che banchettano. Nell’angolo inferiore di destra, c’è un boccalino.
È opera del pittore polacco Alexander Baranowsky, che, nel 1931, soggiornò esule a Coira, ospite di Mathilde Schällibaum, proprietaria dell’albergo. Manifestò la propria riconoscenza a chi lo ospitò per alcuni mesi con la grande tela. Rientrato in Polonia, per alcuni anni mantenne rapporti epistolari con la famiglia Schällibaum, rapporti che cessarono poco dopo lo scoppio della guerra mondiale 1939-45. Il boccalino ha fatto da testimone alla crescita economica del nostro cantone. E non passivamente. Se è vero che il turismo è stato il punto forte del nostro sviluppo economico, il boccalino ne è stato un protagonista importante. Sin dai tempi della “Landi” del 1939, che vide il rilancio dei “costumi ticinesi”, accanto al boccalino troviamo le zoccolette, in quegli anni d’uso consueto nel Ticino rurale. Un tempo calzature tipiche dei contadini di quella terra che oggi si chiama Insubria (basti pensare al film “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi) sono da tempo scomparse dall’uso quotidiano. A Maroggia fu attiva, a lungo, una fabbrica di zoccoli anche se, molto spesso, i contadini preferivano farseli da sé, con un utensile particolare: il coltello a due manici chiamato “fèr di zocor”. Il ceppo dal quale venivano ritagliati (scolpiti, vien voglia di dire), era fissato su un cavalletto dotato di una morsa con una ganascia fissa e l’altra mobile, azionata con i piedi.
A seconda delle regioni, questo stumento era detto “cagna” o “cavra”. Cagna perché le due ganasce potevano ricordare le mandibole che afferrano e stringono; “cavra” perchè il telaio (che faceva anche da sedile) sorretto da gambe esili, e le lunghe ganasce verticali, lo facevano somigliare a una capra magra. Già sull’ultimo scorcio degli anni quaranta del secolo passato, l’uso delle zoccole stava calando, ma se si fa fede alla canzone popolare di Vittorio Casltenuovo/Guido Zanzi, la crisi economica ne favorisce il rilancio:

Scarpe rotte di qua e di là
Chiamaron zoccoli in quantità
Di mille forme multicolor
Per dare il colpo conquistator
Arditi tacchi per la beltà
Delle donnine tutte umiltà.

Siam zoccolette, siam rumorose
Il nostro canto vi faremo udir
Non è un notturno, nemmeno un tango
È un ritornello strano e fa così: tic tac tic tac.
Ai tempi d’oro questa canzone
Non volevate di certo ascoltar
Ma poi la moda e la razion
Rese gentil lo zoccolon.

Nelle vie d’ogni città
Nei paeselli fra monti e val
Non vedi altro che zoccolette
Se vuoi scordarle leggi il giornal
Ma sul giornale c’è scritto, ahimè
“Comprate zoccoli per punti tre…”
A farne prolungare l’uso fu, dunque, la crisi economica che perdurò per alcuni anni dopo la guerra 1939-45. Oggi le rivediamo calzate, per sfilate o raduni, da chi fa parte dei gruppi in costume che in Ticino sono una trentina. Messi in un canto i mandolini, che ben poco avevano a che fare con le tradizioni ticinesi, il “quintin” resiste a tutti gli attacchi e continua, da più di 100 anni, ad essere il più gradito ambasciatore del Ticino anche se, va pur notato, sovente si è scaduti nel kitsch, conferendogli forme stravaganti, decorazioni e persino “appliques” spesso volgari.
E allora osserviamolo attentamente, cerchiamo di conoscerlo meglio questo allegro, umile e simpatico “nostro” ambasciatore.

Definizione
Il boccalino, secondo il dizionario della lingua italiana del Tommaseo, edito a Torino nel 1865, è il “diminutivo, quasi vezzeggiativo di boccale. Riguarda la forma non grossa o la materia non rozza”.
È panciuto, rastremato verso il piede, con bocca trilobata. Il lobo contrapposto all’impugnatura è più prominente degli altri due e forma un beccuccio. La bocca è collegata alla pancia da un breve collo appena accennato. È dotato di un’impugnatura, opposta al beccuccio.
Il boccalino “ticinese”, il più diffuso da noi con la tipica forma graziosa e proporzionata che ben si conosce, assestata da circa cento anni, e che si può definire senza timore “tradizionale”, è alto 9,5 centimetri.

Suddividendolo orizzontalmente in 7 parti, si nota che:
2/7 (cm 2.70) formano la bocca e il collo
4/7 (cm 5.45) formano la pancia
1/7 (cm 1.35) forma il piede.

Dalla forma della pancia e del collo in modo particolare si può desumere la provenienza. Ad esempio: dalle manifatture dell’alta Italia uscivano boccalini con il collo subcilindrico particolarmente alto. In Engadina il boccalino doveva avere un uso domestico alquanto diffuso. Lo dimostra la cartolina dedicata al costume regionale.

Origini – ipotesi dell’evoluzione
L’origine del boccale panciuto e ansato, di varie dimensioni, è antichissima. Gli esemplari più antichi risalgono all’VIII – VII secolo prima di Cristo. Con la diffusione dell’uso del tornio veloce per la produzione delle ceramiche domestiche (650 a.C.) nel territorio occupato dai Leponti, aumentano tanto la diffusione quanto le varianti dei vasi d’uso quotidiano.
Sempre più frequenti gli attingitoi e i vasi potori con la bocca trilobata, muniti di una impugnatura a nastro, dai quali potrebbe derivare la Schnabelkanne (o brocca a becco d’anatra) etrusca.
Il boccalino è meno slanciato della classica brocca originaria dell’Etruria. Verso il VI-V secolo a.C. si diffonde anche nell’attuale Ticino, la cultura di Golasecca. Accanto al bicchiere campaniforme, trova posto il vaso di argilla con la bocca che termina con un becco più o meno marcato, che anticipa la forma della Schnabelkanne.
Delle ventidue “brocche a becco d’anatra” ritrovate nell’area della Cultura di Golasecca, undici provengono dal Cantone Ticino (Ascona, Giubiasco, Arbedo, Pazzallo) e tre da Castaneda nel cantone dei Grigioni. Il boccalino ricalca quindi uno stilema che, al di qua e al di là delle Alpi, risale quanto meno al bronzo finale – primo ferro.
Al Museo Nazionale Svizzero di Zurigo, in occasione della mostra sui Leponti (28.4 – 12.8.2001) in una bacheca era esposto, accanto a brocche a becco d’anatra molto raffinate e di varie forme ritrovate in Ticino, tutte con becco e ansa, un umile boccalino ingubbiato di blù.
Accostamento che permetteva di “leggere” le trasformazioni e i vari passaggi dal boccalino alla Schnabelkanne. O, forse – al di là dell’aspetto didattico – quasi una metafora voluta pesuggerire la provenienza ticinese di quei preziosi reperti.

Diffusione
L’estremo sud del Ticino fu occupato dal mare per l’ultima volta circa 7 milioni di anni fa. Ritirandosi, lasciò vasti depositi di argille che hanno favorito, già in tempi remoti, la fabbricazione e la cottura sul posto di laterizi. L’argilla è particolarmente abbondante nel Sottoceneri; nel Mendrisiotto soprattutto nella “Campagna Adorna”. Lo testimonia il colore dei tetti, quello delle case e delle stalle più vecchie, ben inteso: rosso brunastro per i coppi di terra cotta, dal Ceneri in giù; grigio per le beole che li coprono nel resto del Ticino, alta Blenio e alta Leventina esclusi, dove i tetti erano coperti di scandole di larice. Il toponimo “Campagna Adorna” e le fornaci di Riva San Vitale ne sono chiara testimonianza. “Campagna Adorna” è il nome locale, per così dire, “turistico” di recente conio, voluto per nobilitare una plaga caratterizzata, ieri, da vasti campi e filari di gelsi sui quali si arrampicavano i tralci della vite; oggi da grandi serbatoi per la benzina o il gasolio e da capannoni industriali. Nelle vecchie mappe è detta “Campagna d’urgna, d’urna, d’urnia”.
Nel “Vocabolario etimologico della lingua italiana” di Ottorino Pianigiani, Fratelli Melita Editori, a pagina 1495 si legge: “URNA”… “I latini appellarono Urna un orciolo stretto di collo e gonfio di ventre col quale veniva attinta l’acqua alla fonte o dal fiume…”.
Per alcuni studiosi “urna” è la contrazione di “urinari” dal tuffarsi in acqua; nuotare sott’acqua. Il Corssen la congiunge a “urere” bruciare, perché fatto di terra cotta. Dunque, se si fa fede agli etimologisti, la piana che va da Mendrisio a Stabio era nota più per l’argilla, usata per confezionare vasi di terra cotta, oltre che mattoni e tegole di varia foggia, che per la bellezza. Piccole manifatture per la produzione di laterizi furono attive anche lungo la sponda sinistra del Magliasina, segnatamente tra Iseo e Aranno. L’argilla, scarsamente depurata, veniva cotta negli “stufoni”, forni effimeri che venivano rimontati di volta in volta a seconda delle necessità.
Questa risorsa naturale, unita alla necessità di produrre mattoni e tegole, farà dei contadini locali abili fornaciai che emigreranno, per fare laterizi, in Piemonte e nel Pavese. Dagli atti di un processo celebrato nel 1809 nel Tribunale di I.aIstanza della Magliasina, si deduce che su 32 testimoni cittadini di Iseo, Cimo e Vernate, (di cui 2 donne) ben 22 erano fornaciai. Il fatto che lungo il Magliasina non siano mai sorte fornaci stabili è dovuto alla carenza di capitali oltre che alla dimensione alquanto limitata dei giacimenti che, per di più, si trovano in posti privi di facili comunicazioni con i villaggi. La produzione era quindi limitata alle necessità locali; domestiche, si potrebbe affermare. Nonostante la diffusione delle manifatture per la lavorazione dell’argilla, non si conoscono, in Ticino, botteghe artigiane specializzate esclusivamente nella produzione di vasellame in generale e boccali da vino in particolare. A Noranco, a Riva San Vitale, a Campione, la vena particolarmente ricca di argilla giallo-ferrugginosa (colorazione dovuta alla presenza di un riccio marino di forma ovale chiamato Brissopsis che, con la cottura, assume quel tipico colore rosso-arancione caratteristico dei vasi per i fiori) ha consentito lo sviluppo di un artigianato importante che, sino alla fine della seconda guerra mondiale, assicurò all’edilizia ticinese buona parte dei laterizi (tavelle per pavimenti, tegole e coppi, mattoni). All’inizio del 1900 prende piede un nuovo filone artigianale, quello della lavorazione artistica dell’argilla. Nel 1906 nasce a Noranco la “Stoviglieria Meccanica” fondata da Alessio Crippa. La materia prima veniva estratta da 2 cave del Pian Scairolo. Successivamente farà capo a una cava acquistata nella Valle della Motta. Negli anni ’60, a causa del costo elevato dell’estrazione, della depurazione e del trasporto e, non da ultimo, dalle difficoltà di raggiungere la cava causate dalla costruzione dell’autostrada, si comincerà a importare l’argilla dall’Italia, Francia e Germania, da dove arrivava già depurata e in miscele pronte per l’uso. Nel 1930 la “Stoviglieria Meccanica” cambia denominazione: nasce la “Ditta Crippa” attiva ancora oggi. La S.A.M.A. di Locarno (Società Anonima Maioliche Artistiche) è fondata nel 1929. Si possono anche ricordare la A.L.M.A. (Fabbrica Ceramiche Artistiche, Avegno); la MASA di Muralto; la Manifattura San Rocco di Ascona (nota per la decorazione con foglie di felce stilizzate di colore azzurro), e altre, tutte con produzione di oggetti artistici e artigianali, tra i quali i boccalini non mancano. Campione d’Italia sarà sede a lungo di una manifattura di ceramica d’arte, la Sala SA, attualmente attiva a Riva San Vitale. Merita di essere citata anche la manifattura di Langenthal, specializzata nella produzione di stoviglie, che fabbricherà boccalini sia per gli esercizi pubblici, sia per numerose ditte o associazioni. Una produzione da qualche tempo cessata.
Queste sono le ditte piu note: parecchie altre, tutte con produzione di oggetti artistici e artigianali, tra i quali i boccalini non mancano, sfuggono in questo elenco.
Il boccalino giunge nelle nostre terre nel XIX secolo, portato dagli emigranti che avevano imparato a usarlo in Lombardia, in Piemonte e persino in Toscana, dove era molto diffuso.
Molti erano infatti i fornaciai ticinesi che facevano la stagione in Piemonte e lo portavano con sé al rientro in patria. Era molto diffuso nel Sottoceneri, nel Mendrisiotto soprattutto, negli esercizi pubblici e per uso familiare. Nel Sopraceneri raramente era di uso familiare e veniva usato, quasi esclusivamente, nei grotti. In alcune osterie gli avventori abituali disponevano del “boccalino personale numerato”, appeso a un gancio infisso sotto un ripiano dietro il bancone di mescita.
Negli anni cinquanta, tanto più la propaganda turistica faceva uso dell’immagine del boccalino, quanto più era richiesto e quindi la sua diffusione aumentava. Ora non c’è angolo del Ticino dove non lo si trovi, ed è diventato di uso consueto anche in molti esercizi pubblici d’oltre San Gottardo.
Fuori dal Ticino è ancora ben diffuso in area Briantea e Comasca; nel Bresciano e in tutto il nord-est dell’Italia. “Quintin”: è così chiamato da noi e in parte dei Grigioni di lingua italiana perché la sua capienza è di 1/5 di litro.
Qualche volta è detto “orochin”: la definizione deriva dalla forma che lo fa assomigliare a un gufetto (orok, urok). Nella fascia di confine era detto “quartin”: sul versante italiano della frontiera la misura di 2 decimi e mezzo è più diffusa. Oggi, quasi di certo, in Ticino la ditta Crippa è la sola fornace rimasta attiva nella fabbricazione di boccalini in grande quantità: rappresenta circa il 20-25% della sua produzione globale. Sono apprezzati per la equilibrata proporzione fra le diverse parti e l’elegante sinuosità del profilo. Forma praticamente rimasta immutata dagli esordi della ditta, come confermato dal signor Claudio. Offerto sulle bancarelle dei ricordi, nei mercati, nei chioschi e persino nei grandi magazzini, è anche oggetto da collezione. In Ticino la più vasta appartiene al signor Lino Gabbani. Ne possiede più di 1200, appesi alle travi del soffitto della sua “Bottega del vino”.

Luca Bettosini

Direttore Generale Nato il 25 febbraio del 1964 a Sorengo, da oltre 30 anni compie escursioni e trekking in Ticino. Giornalista Fotoreporter RP Presidente e fondatore dell'Associazione vivere la montagna. Direttore e redattore responsabile della rivista "Vivere la montagna" da lui fondata. Guida escursionistica di montagna. Autore di numerose pubblicazioni sulla montagna ticinese. Intervista: http://dentroalreplay.blogspot.com/2009/05/fotografi-nel-web-84-luca-bettosini.html

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