Il sentiero dell’arte in pineta

Rivista numero 14 – Settembre 2004

 

Il sentiero dell’arte in pineta
di Luca Bettosini
Foto di Gaia Schwegler

 

 

Sentiamo un brivido di fronte ai millenni: siamo in un bosco quasi eterno, immutabile.
Quando vivi a stretto contatto con la natura, quando il tuo tempo è scandito dai suoi ritmi, allora impari a fermarti, ad osservare ed ammirare il suo mutare.
Sorgenti, alberi maestosi, luchi, o boschi sacri sono il santuario primitivo, i luoghi in cui l’uomo ha incontrato le prime rappresentazioni tangibili delle divinità.
Il 12 luglio 2003 è stato inaugurato il “Sentiero d’arte in pineta” situato nel bosco fra Cavagnago e Sobrio. Su iniziativa del forestale, ingegner Lindo Grandi, e con il sostegno del Comune e del Patriziato di Cavagnago, dell’Ente Turismo Leventina, di parecchi sponsor della Traversa e di numerosi volontari, è stato realizzato questo suggestivo percorso disseminato di opere messe a disposizione gratuitamente da sedici artisti.
Ma prima di presentare questo fantastico e magico sentiero è bene conoscere la zona in cui è situato.
La Valle Leventina
La Valle Leventina si estende lungo un arco di cinquanta chilometri che va dal massiccio del San Gottardo ai dolci terreni vignati ad appena trecento metri sul mare. Situata nel cuore delle Alpi è una porta di comunicazione fra le genti del nord e quelle del sud. Il passaggio del San Gottardo assicura un triplice collegamento con la Svizzera tedesca e l’Europa, grazie alla strada del passo, aperta d’estate, e ai grandiosi trafori ferroviari e autostradali tra i piú lunghi del mondo. La Leventina offre comodità e singolarità, rapidità di comunicazione e ricchezza del paesaggio. La Leventina è una valle dove si vive a misura d’uomo. Ricca di immense pinete che ossigenano l’aria, è un ambiente ideale per svolgervi attività di svago e di sport. D’estate la valle offre profusione di sole, di acque, di verde, di luce: d’inverno incanto di distese azzurre e bianche. La rete dei sentieri è vastissima (ben 600 km); molti i parchi naturali che consentono itinerari indimenticabili. La valle suddivisa nella Bassa, Media e Alta Leventina si compone di 21 comuni.
Cavagnago
Cavagnago è situato ad un’altitudine di 1’021 metri con una popolazione di circa 88 abitanti.
È raggiungibile tramite la strada cantonale da Lavorgo da cui dista otto chilometri. Il villaggio presenta le caratteristiche tipiche del piccolo paese di montagna, con le sue belle casette ed il suo interessante panorama. Al centro del villaggio troviamo la chiesa parrocchiale di Sant’Anna, edificio risalente al XVI secolo. In località Segno sorge l’oratorio di Sant’Ambrogio, edificato nel corso del XIII secolo. L’attuale chiesetta tardo-romanica, ampliata nel corso del Quattrocento, fu consacrata una seconda volta nel 1487 e fu visitata da Carlo Borromeo nel 1570, che la definí “capella curata locorum Souri et Cavagnaghi”. L’edificio è completato da una torre campanaria. All’interno si conservano preziosi affreschi tardo-gotici.
Sobrio
Sobrio si trova sul versante sinistro della media Valle Leventina, sopra Giornico e Bodio. Il terrazzo che lo accoglie a 1’100 metri di altitudine, con circa 80 abitanti, risale all’era glaciale di 40’000 anni fa. Visto dal basso, questo terrazzo presenta impressionanti dirupi, inaccessibili selve castanili e una gronda di granito che forma uno strapiombo alto una sessantina di metri. Sobrio è composto di due frazioni: Villa e Ronzano (Ronzàn nel 1430 e Ronzango fino al secolo scorso). Sobrio, con la frazione di Ronzano, è l’ultimo villaggio della cosiddetta Traversa leventinese (cosí è chiamata la parte alta della sponda sinistra del fiume nella media Leventina). Questa località è abitata da tempo immemorabile, come d’altronde tutti i paesi posti sui terrazzi glaciali della Valle. Lo hanno dimostrato le tombe romane scoperte nel villaggio nei pressi della chiesa parrocchiale. Il piccolo comune ha conservato l’aspetto di agglomerato compatto dove dominano le case di legno, salvo qualche costruzione di pietra, tra cui la cappella dedicata a San Rocco. La chiesa parrocchiale di San Lorenzo è ubicata a sud-ovest della località, su un piccolo terrazzo, ed insieme al cimitero, al muro di cinta ed alle cappelle della Via Crucis, dona un tocco grazioso e pittoresco al paesaggio. Dal primo gennaio 1984, esiste un rapporto di padrinato con il Comune di Brügg (BE), un Comune nella regione del Seeland, il quale, a dipendenza del gettito fiscale, ci offre annualmente un aiuto finanziario. A causa delle numerose abitazioni secondarie in paese e sui monti, durante i mesi estivi la popolazione di Sobrio può raggiungere le 400 persone.

Nasce un sentiero
“Quando vivi a stretto contatto con la natura, quando il tuo tempo è scandito dai suoi ritmi, allora impari a fermarti, ad osservare ed ammirare il suo mutare. Un’espressione d’arte che evolve scandita dai ritmi delle stagioni; evoluzione alla quale l’uomo può aderire essendo parte di essa”.
Ho ideato questo percorso ispirandomi alle forme d’espressione religiose che malgrado linguaggi diversi, una volta tradotti, esprimono tutte lo stesso concetto. Un concetto volto al rispetto della natura, alla pace, alla tolleranza, alla giustizia ed alla libertà di ogni uomo.
Le postazioni lungo il sentiero, sono un’attività individuale che ha dato vita ad un lavoro culturale collettivo, per rendere omaggio a questa nostra madre terra affinché il suo “grido” stordisca il nostro cuore.
Di Lindo Grandi, forestale, Mairengo

Il “nuovo” bosco sacro di Cavagnago
Sorgenti, alberi maestosi, luchi, o boschi sacri sono il santuario primitivo, i luoghi in cui l’uomo ha incontrato le prime rappresentazioni tangibili delle divinità.
“Se ti affaccia selva folta di piante annose e d’insolita altezza, che pel denso intreccio dei rami tolga alla luce del cielo di penetrarvi; quel luogo cupo e segreto, e l’ammirazione di quell’ombre protese ti fanno fede dell’esistenza delle divinità”. (Seneca)
Il genere Pinus è presente in quasi tutti i continenti: questo sempreverde, capace di vivere a lungo anche nei luoghi meno favorevoli, in molte culture è simbolo della forza inestirpabile, di immortalità, del passaggio dalla terra al cielo. Se pensiamo ad un pino – pian piano, dentro di noi – sentiamo una sorta di innalzamento, ci viene di levare la testa verso il cielo, esattamente come fa la sua chioma. Una serie di miti legati alla primavera ebbero al loro centro l’idea di un sacrificio a cui succede una creazione-rinascita-nascita: per la simbologia del pino come albero cosmico ci è stato tramandato il mito di Attis e Cibele.
Attis, bellissimo giovane nato dal sangue della dea Cibele e da questa amato, voleva abbandonarla per sposare una donna mortale. Cibele lo fece impazzire ed egli si evirò morendo dissanguato. Dal suo sangue nacquero viole mammole. Gli dèi lo trasformarono in un pino sempreverde. Il frutto, la pigna preziosa e corazzata, simboleggia come due cerchi concentrici la permanenza della vita, significato poi ripreso nella Cristianità con la resurrezione dei morti, l’eterno, l’incorruttibile.
Pure ad occhi chiusi l’odore confortevole del pino è in sintonia con questi significati: eterico, penetrante, quasi severo, la sua fragranza è armoniosamente spirituale. Perché mai il linguaggio del pino rappresenta un vero archetipo olfattivo? Possiamo pensare alle estese foreste del paesaggio primitivo con le sue intense emanazioni degli aghi e della resina, bionda e solare: per migliaia di anni devono aver impresso la loro essenza fino alla memoria profonda e forse pure nei geni dell’uomo. Non sorprende dunque che l’odore del pino sia cosa intima e familiare, anche per bambini che non hanno mai attraversato una pineta. Il bosco di pino silvestre presso Cavagnago in località Forcaridra, è stato prescelto da alcuni amici per ospitare contributi personali che rimandano al sacro, alla spiritualità dell’uomo e della natura. Mi piace pensare che nulla accada per caso, che questo sforzo spontaneo, intenso ed articolato, sia accaduto per qualche motivo proprio in questa foresta dominata dal pino silvestre, e non altrove. Come la betulla, anche il pino può disseminarsi e crescere su quasi tutti i terreni purché luminosi, asciutti o fradici che siano, dal piano fino alla zona subalpina. Questa sua capacità gli permette di occupare rapidamente posizioni tipiche delle foreste di quercia, di castagno, tiglio, faggio o abete che improvvisamente si trovassero scoperte. Ciò nonostante, dopo una o due generazioni su suoli fertili, il pino scompare perché alla densa ombra di sé stesso e delle altre specie non può rigenerarsi. Di boschi con pino ve ne sono quindi diversi, ma di “pinete vere” ve ne sono ben poche, anche nella Leventina stessa dove, grazie ai tratti climatici continentali, questi boschi raggiungono le maggiori estensioni di tutto il Ticino. Parti significative del bosco di Cavagnago sono riconducibili ad una “pineta vera”: è quel tipo di bosco situato sulle rocce quasi affioranti caratterizzato da tronchi panciuti e tozze chiome di pino, solitamente non oltre i dodici metri d’altezza, piuttosto radi, con un sottobosco innestato fra placche di gneiss in cui crescono stentati sorbo montano, ginepro, brugo e nelle radure, gruppi di giovani pini, destinati a sostituire gli alberi materni e perpetuare la pineta. L’umile vegetazione al suolo è fedele indicatrice: quali specie della “pineta vera” troviamo due festuche, il mirtillo rosso, la poligala falso-bosso, il sigillo di Salomone comune alternate a muschi del genere Pleurozim, Hypnum e Rhytidiadelphus. Nelle nicchie piú favorevoli appaiono specie lievemente piú mesofile quali il migliarino, l’acetosella, l’erba lucciola ed il novellame di peccio o di abete bianco a significare la transizione verso boschi meno ricchi di pino, se non del tutto privi. Le pinete di queste zone sono assolutamente speciali per un secondo motivo. Abbiamo visto che parte di questa foresta è costituita da una pineta che si rigenera su sé stessa. La domanda che ne segue vuol capire da quanto tempo esiste questo tipo di formazione. La storia della vegetazione forestale può essere letta attraverso i dati palinologici della palude della Bedrina di Dalpe (Zoller, 1960), situata a pochi chilometri dal nostro bosco. Gli strati di torba sepolti a 4 metri e 30 centimetri di profondità testimoniano come solo 11’000 anni fa (e forse 1’000 anni prima su queste pendici solive della Traversa) si formarono delle foreste chiuse dominate appunto da pini e betulle: solo dopo un’interminabile era glaciale, seguita da desolate steppe, poi da boscaglie rade, si formò un vero e proprio bosco. Ed è il nostro: un rapido confronto fra specie identificate da Zoller per quell’epoca e le nostre osservazioni, dei generi che tollerano maggiormente la siccità, dimostra come piú della metà delle specie presenti nei nuclei di “pineta vera” a Cavagnago c’erano già allora. Le oscillazioni climatiche che seguirono, l’azione dell’uomo e le migrazioni dell’abete, del peccio e della quercia, cambiarono ben poco dell’aspetto originario delle “pinete vere” che si perpetuarono con il medesimo carattere impressovi all’indomani delle glaciazioni. Possono quindi essere definite il primo bosco del Ticino, l’unico rimasto tale e quale, nel medesimo luogo dove si costituí.
Sentiamo un brivido di fronte ai millenni: siamo in un bosco quasi eterno, immutabile.
Gabriele Carraro, ingegnere forestale

La riserva forestale Forcaridra
… attraversata dal sentiero artistico
La riserva forestale della Forcaridra si estende su di un’area di 7,6 ettari di proprietà del Patriziato di Cavagnago, ed è dedicata alla tutela di un bellissimo bosco di pino silvestre. (Pinus sylvestris)
Percorrendo il pendio boscoso posto tra il Ri di Vèrr e il Ri Mulino, si comprende immediatamente perché tra le diverse pinete della Traversa e della Media Leventina questa meriti tanta attenzione. L’atmosfera che si respira sotto la luminosa chioma dei pini ci rimanda all’idea di un bosco maturo, prossimo allo stato naturale. L’alternanza di aree boscate e rocciose, i gruppi di rinnovazione e i tronchi marcescenti a terra, concorrono a creare condizioni molto favorevoli al manifestarsi di una marcata diversità ambientale. La riserva forestale della Forcaridra ha i seguenti scopi:
naturalistici: salvaguardare la struttura, la dinamica naturale ed il patrimonio genetico di associazioni forestali rare caratterizzate dalla presenza del pino silvestre;
turistico-ricreativi: valorizzare un’area dai notevoli contenuti naturalistici e paesaggistici nell’ambito di un turismo escursionistico rispettoso dell’ambiente;
didattici: promuovere l’educazione ambientale e avvicinare l’uomo al bosco naturale;
scientifici: migliorare le conoscenze del bosco lasciato all’evoluzione naturale.
Per 50 anni, all’interno della riserva si rinuncia a qualsiasi sfruttamento di legname, ad eccezione degli interventi per la sicurezza e la manutenzione dei sentieri. Sentieri che rappresentano l’unica via di accesso all’area protetta. La messa sotto tutela di questa formazione rara sia a livello cantonale sia a livello nazionale, rappresenta una primizia nell’ambito dell’attuazione del concetto per la creazione di riserve forestali nel Canton Ticino. Dopo la sua approvazione nel 2001, questo strumento – che mira all’istituzione di un reticolo d’aree protette nelle quali il bosco è lasciato integralmente all’evoluzione naturale cosí da favorire e salvaguardare la diversità biologica – si è concretato nell’istituzione di alcune riserve di grandi dimensioni. Con la Forcaridra nasce una seconda tipologia di riserve dedicate alle formazioni minoritarie. Di minore estensione, queste aree sono di grande interesse in quanto portano, in modo molto mirato, alla protezione delle “perle” forestali del Cantone.
Pietro Stanga, ingegnere forestale

Itinerario
Il sentiero è agevolato da una segnaletica con frecce dipinte e tavolozze da pittore con un pennello che indica la direzione. Il sentiero è facile ed è adatto alle famiglie con bambini. Ci si inoltra subito nel magnifico bosco incontrando le opere di Ursula Beier, come “Il bosco è il polmone per l’intera umanità”. Per tutto il tratto di sentiero, con le opere della Beier, il percorso è stretto, in salita e la vista non spazia piú di tanto perché il bosco è molto fitto; ma arrivati all’opera di Herbert Beier “Il mendicante”, subito appare una serie di grossi massi dove si trovano alcune opere; se ci inerpichiamo per guardarle meglio, volgendo lo sguardo alle nostre spalle, si rimane impressionati dalla splendida vista panoramica. Da qui si prosegue fino a superare un grazioso ponticello di legno che sta a significare il passaggio tra la prima e la seconda parte del sentiero che inizia con una serie di scalinate; arrivati alla fine, si giunge ad una bellissima opera, che si staglia dinanzi ad un paesaggio mozzafiato. Proseguendo vi ritrovate davanti a un ruscello che nasconde le deliziose opere di Ursula Kofmehl-Kerl; da qui in poi il sentiero permette di spaziare con la vista. Potete ora ammirare le opere dell’uomo e quelle della natura in tutto il loro splendore, fino ad arrivare all’opera spettacolare di Mauro Antonietti “Legno”, una magnifica scultura attaccata ad una roccia bagnata dall’acqua; ora il sentiero comincia a scendere e a stringersi e le opere si susseguono fino a quella di Fabienne Tamò “Un omaggio a Budda”.
Come raggiungere Cavagnago
La via piú rapida per raggiungere l’imbocco del sentiero è seguire l’autostrada fino all’uscita di Faido. Qui trovate l’indicazione “Lavorgo”, che dovete seguire; poco dopo seguite l’indicazione “Sobrio” e cominciate a salire per una stradina irta di curve a gomito, giungendo dapprima ad Anzonico e poi a Cavagnago. Proseguite fino ai parcheggi; il sentiero prende avvio immettendosi direttamente nel bosco.
Scheda tecnica
Partenza e arrivo del sentiero a Cavagnago
Lunghezza, 1’800 metri
Dislivello, 180 metri
Difficoltà particolari, nessuna
Carta 1:25.000, 1273 Biasca
Fonti:
www.leventinaturismo.ch
www.sobrio.ch
www.aass.ch
Opuscolo “Sentiero d’arte in pineta”

 

Luca Bettosini

Direttore Generale Nato il 25 febbraio del 1964 a Sorengo, da oltre 30 anni compie escursioni e trekking in Ticino. Giornalista Fotoreporter RP Presidente e fondatore dell'Associazione vivere la montagna. Direttore e redattore responsabile della rivista "Vivere la montagna" da lui fondata. Guida escursionistica di montagna. Autore di numerose pubblicazioni sulla montagna ticinese. Intervista: http://dentroalreplay.blogspot.com/2009/05/fotografi-nel-web-84-luca-bettosini.html

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